Intervista!

PATRIZIA EMILITRI, UN SOGNO REALIZZATO, SCRIVERE

 

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Patrizia Emilitri è nata a Tradate (Va) nel 1962. Abita a Vedano Olona con il marito, due figli e tre cani.

È un’appassionata lettrice di ogni genere letterario e anni fa ha deciso di usare la sua fantasia e imparare a scrivere, frequentando molti corsi per imparare a correggere e riscrivere i suoi testi.

Ha partecipato a molti concorsi letterari con grande soddisfazione, ricevendo anche numerosi premi.

Dopo aver vinto il “Premio Chiara inediti”, ha iniziato la sua attività di scrittrice.

Per Macchione editore ha pubblicato “La volta del Bricolla”, “Il testamento della maestra Elma”, “L’amore è morto”, “Tea”. Per il Vento antico editore è uscito il romanzo breve “Via Venanzio Martini, 2”.

Per Sperling&Kupfer ha pubblicato “La carezza leggera delle primule”, “Come se l’amore potesse bastare” e il nuovissimo “La bambina che trovava le cose perdute”.

Con Raffaella Bossi e Lilli Luini, scrittrici, ha fondato il gruppo culturale “Le Curiose”che si occupa di organizzare eventi letterari e presentazioni con autori.

Collabora con “Il Vento Antico editore” come curatore editoriale.

Ha tenuto corsi di scrittura presso “La tana delle costruzioni” di Vedano Olona.

Il suo nome è apparso su numerosi quotidiani, riviste, radio ed emittenti televisive.

Il suo sito internet è: www.patriziaemilitri.it

Ho avuto il piacere di poterle rivolgere alcune domande.

 Come definirebbe Patrizia Emilitri?

 Una persona molto attiva e molto curiosa cui piace imparare.

In che modo si è avvicinata all’affascinante mondo dell’arte dello scrivere?

Sono sempre stata innamorata della parola scritta. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa dove i libri avevano un posto d’onore e noi (io e mio fratello) li avevamo sempre a disposizione. Mio padre, a 91 anni, è ancora un lettore accanito e legge tutto ciò che scrivo. Poi, a quindici anni ho letto “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee e l’innamoramento è diventato passione. Ho deciso allora che avrei provato a scrivere anch’io una storia così bella. Forse non ci riuscirò mai, ma continuo a provarci.

La vita mi ha portato a essere moglie e madre e ragioniera, così, ho dovuto accantonare questa passione che ho ripreso una decina di anni fa. Sono tornata a studiare grammatica e tecnica di scrittura. Mi sono preparata e ci ho provato. Ci sono riuscita. “La bambina che trovava le cose perdute” è la mia decima pubblicazione e posso essere orgogliosa di me. Continuo a leggere e studiare.

Ha avuto il sostegno della sua famiglia nella sua decisione di diventare una scrittrice a tempo pieno?

La mia famiglia, come dicevo prima, a partire da mio padre, mi ha sempre sostenuta. I figli sono cresciuti e hanno preso la loro strada. Mia figlia Martina è un medico e mio figlio Lorenzo un tecnico industriale. Ho potuto decidere di rallentare la mia attività di contabile e concentrarmi su ciò che volevo fare. Sono tutti fieri di me e leggono tutto ciò che scrivo.

C’è un aneddoto legato alla stesura dei suoi libri che ricorda con affetto?

Con affetto magari no, ma ora con un sorriso sì. Avevo terminato la prima stesura di “Come se l’amore potesse bastare”, stupidamente, data la mia poca abilità con la tecnologia, avevo salvato il lavoro solo sul computer. Che a un certo punto si è rotto. Il testo era andato, sparito. Allora, con fatica, l’ho riscritto e stampato, per sicurezza. Era ancora salvato sul computer (nuovo). Una notte di gennaio del 2015 i ladri hanno pensato bene di farmi visita e hanno rubato, oltre a tante altre cose, il computer. Il testo era andato, un’altra volta. Ho ripreso la bozza stampata e riscritto di nuovo (altro computer nuovo). Adesso ho un allarme che mi difende e salvo sempre tutto su memoria esterna. Ho imparato la lezione.

Nel suo primo romanzo “La carezza leggera delle primule”, il tema di un mondo perduto contadino s’intreccia con una storia di realismo magico, come mai questa strana scelta?

“La carezza leggera delle primule” è il mio quarto romanzo e avevo voglia di scrivere qualcosa che mischiasse magia e realtà che mi ha sempre affascinato, così come mi ha sempre affascinato la figura della strega. Abito poco lontano da una collina dove nel 1520 sono state brucite dalla Santa Inquisizione sette streghe. Cioè, sette donne innocenti che nulla avevano da scontare. (il territorio è quello di Venegono Superiore). Questa storia, insieme al mio gruppo culturale “Le curiose” l’abbiamo presentata al Castello di Masnago dove abbiamo organizzato per due anni il “Week end in giallo” e, grazie all’aiuto di amici attori, ho potuto rivivere davvero il processo e la sentenza. Mi sono emozionata e ho deciso che la strega sarebbe stata una protagonista di un romanzo. Poi ho trovato un quaderno di mio nonno sul quale lui stesso aveva trascritto – e chissà perché- delle ricette alchemiche che ho riprodotto fedelmente nel libro. La storia è venuta da sé.

In “Come se l’amore potesse bastare”, racconta la seconda guerra mondiale nella zona di Varese, che fu al centro di una situazione molto difficile.

Come ho detto, mio padre ha 91 anni. È nato a Varese e quindi il periodo della seconda guerra l’ha vissuto in prima persona con i suoi 12 fratelli. Mia nonna per un paio di anni si è ritrovata sola con i suoi figli dopo la partenza del marito in cerca di lavoro e so ciò che ha vissuto. La quotidianità di una donna in periodi così difficili non è raccontata abbastanza nei libri. Sappiamo di donne partigiane, di crocerossine, di eroine, ma le vere eroine, senza togliere nulla alle donne coraggiose che hanno sfidato la morte, erano le tante donne rimaste a casa con i bambini e gli anziani da accudire. Assicurare un pasto e amore, dolcezza e carezze mentre scendevano le bombe e il cibo non bastava. I bombardamenti su Varese mio padre e la sua famiglia li hanno subiti, la loro casa è stata distrutta, hanno dovuto ricostruirsi tutti una vita, tra le difficoltà e la paura. Questo libro è un omaggio alle tante donne che, anche oggi, in questo periodo di crisi, riescono a mantenere la serenità familiare, a tenere unita una famiglia nel nome dell’amore.

Spesso nei suoi romanzi torna il tema del protagonista che fa una scelta, spesso drastica, che segnerà tutta la sua vita.

La vita è una scelta continua e ogni scelta segna la nostra vita. Sono le scelte che facciamo che condizionano la nostra esistenza, in positivo o in negativo. L’importante è sempre assumersene sempre la responsabilità ed essere fieri di se stessi. Le scelte sbagliate? Reagire e andare avanti. Le scelte giuste? Godersele.

In “La bambina che trovava le cose perdute” come ha avuto l’ispirazione per il personaggio di Noemi, la protagonista che cerca quello che si è perso?

Noemi non cerca le cose perse, le vede. Ha un dono. L’idea mi è venuta sentendo per l’ennesima volta la frase che potrebbe essere il sottotitolo del libro “Sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca”, frase che si dice in ogni dialetto. Una preghiera conosciuta in tutta Italia. Ho immaginato una bambina nata con lo stesso potere. Qualcuno dice che c’era proprio Sant’Antonio accanto a lei alla nascita, qualcuno dice che mentre nasceva Noemi, nel cielo spiccavano due arcobaleni. È stato divertente scriverlo e ambientarlo in Trentino, territorio che conosco bene, dove vive mio padre, e omaggiare la montagna, il mio spazio della pace.

È mai stata al Battistero di Velate?

Ammetto di no. Nonostante abbia una zia che abita proprio in quella zona, non ci sono mai stata.

Ci andrò di sicuro.

Ha già qualche idea per il suo nuovo racconto o romanzo?

Sto scrivendo una storia divertente ambientata a Cittavola, il paese che ho creato per “Il testamento della maestra Elma”, nato all’ombra di un meraviglioso Monastero affacciato sul Lago Maggiore. Sono a buon punto.

 

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